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Regionali: che nessuno canti vittoria (salvo la Lega)

Sin qui, Renzi ha goduto di una fortuna sfacciata che ha gonfiato le sue vele, ma è solo una meteora destinata a schiantarsi. Gli altri partiti, poi... [Aldo Giannuli]

Regionali: che nessuno canti vittoria (salvo la Lega)

Redazione

25 Novembre 2014 - 06.42


di Aldo Giannuli.

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Il risultato è così chiaro da non richiedere troppi commenti:

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Dynamic 1
– il Pd: in cifra
assoluta, perde nelle due regioni circa mezzo milione di voti sulle
precedenti regionali e poco meno di un milione sulle europee di 5 mesi
fa (-700.000 nella sola Emilia). In percentuale perde il 12% in Emilia
sulle europee, recupera qualcosa rispetto alle regionali, ma solo per
effetto del brutale calo dei votanti.

Dynamic 2
– il M5s: va anche
peggio al M5s che perde poco meno di 300.000 voti in Emilia rispetto
alle europee, tornando ad assestarsi intorno al 6% delle regionali
precedenti (ma, nelle politiche aveva superato il 24%). In Calabria si
riduce al 4,82%, dal 24,9% delle politiche e, in cifra assoluta,  perde
quasi 9 elettori su 10.

Dynamic 3
– Forza Italia:
letteralmente si polverizza (8,37% in Emilia contro il 24,55% delle
regionali precedenti ed 11,8% delle europee; in Calabria 11,91%  contro
il 26,91% delle regionali precedenti)

Dynamic 4
– Lista Tsipras: arretra
sulle europee in Emilia e sostanzialmente tiene in Calabria. Rispetto
alle regionali precedenti, dove Sel e Rifondazione si presentavano
separate, perde complessivamente oltre un terzo dei voti. Dunque, non
solo non recupera nulla delle perdite del Pd e del M5s, ma perde di suo.

Dynamic 5
– Lega: Presente solo in
Emilia dove ottiene un clamoroso successo come prima lista della
coalizione, superando il 19% che si somma al quasi 2% degli alleati FdI.

Dunque: Il Pd resta il primo partito, ma
il 41% delle europee, è lontano anni luce. Fatte le dovute proiezioni,
se si votasse per le politiche sarebbe sotto il 35% ed, in cifre
assolute, perderebbe quasi il 40% dei suoi elettori. Se percentualmente
non è lo stesso tracollo dei risultati in cifra reale è solo perché
anche gli altri partiti perdono verso l’astensione. Vero è che in Emilia
la flessione è più severa per le ben note vicende giudiziarie, ma la
flessione (in voti reali) della Calabria conferma la tendenza al calo
generalizzato che va ben al di la delle cause locali.

Non mi pare che Renzi possa consolarsi
considerando che la tendenza all’astensione è un “problema di tutti”. Al
suo posto sarei molto allarmato, anche perché, per ora lui è quello che
perde più di tutti i voti reali. Di fatto, sin qui, Renzi ha goduto di
una fortuna sfacciata che ha gonfiato le sue vele, ma è solo una meteora
destinata a schiantarsi molto presto. I risultati ancora non del tutto
disastrosi si spiegano più con la debolezza delle altre offerte
politiche che con la forza del suo consenso.

E qui non hanno da cantar vittoria anche
quelli dell’asse Sel-Rifondazione, che non beccano un voto di quelli in
uscita da Pd e M5s, prendono i voti dei soliti aficionados (e neanche
tutti) e si fermano lì: segno della totale mancanza di vitalità del
progetto.

Forza Italia semplicemente scompare,
riducendosi ad un partitino sotto il 10% nazionale. Da questo punto di
vista, il risultato più significativo è quello calabrese, dove non c’è
la Lega ed il partito di Berlusconi perde 3 elettori su 4.

Se consideriamo la sommatoria Fi+Pd (ed
il magrissimo risultato del Ncd) si capisce che questo risultato boccia
clamorosamente la politica del Nazareno e su tutti due i versanti.

Va malissimo anche al M5s: vero è che
alle amministrative il M5s raccoglie sempre meno della metà dei voti
delle politiche, però il calo calabrese è catastrofico e quello emiliano
è molto pesante. Non si può spiegare solo con il divario fra politiche
ed amministrative. Il punto è che il M5s ha raccolto alle politiche
molto di più di quanto non fosse il suo reale consenso, perché premiato
dal voto di protesta; ma poi non ha saputo dimostrarsi credibile in
positivo. L’elettorato giudica in base ai risultati ed, in un anno e
mezzo di permanenza in Parlamento i risultati sono davvero pochini. Il
punto è che il M5s si è cullato nell’illusione di una vittoria piena, da
solo ed in un paio di mosse. L’illusione di passare di vittoria in
vittoria sino a balzare oltre il 40% nelle prossime politiche. E per
questo ha scelto una linea di assoluto isolamento politico, di denuncia
gridata, ha cavalcato l’ondata populista assecondandone anche gli
aspetti più ingenui e controproducenti, si è attardato in una visione
semplicistica della politica, ha travolto ogni dissenso (anche quello
che avrebbe meritato qualche attenzione). Ora arriva il conto.

Questo non vuol dire che sia arrivato il
momento di cantare il requiem per il M5s che, anche se seriamente
ferito, resta un organo vitale e capace di riprendersi, a patto di saper
approfittare della lezione di realismo politico che viene da questi
risultati. Il M5s deve ripensare il suo modello organizzativo, la sua
prassi politica, la sua proposta complessiva. Ma ne riparleremo in
un’occasione specifica.

E veniamo all’unico vincitore di questa
tornata: la Lega di Salvini che ormai pone seriamente la sua candidatura
alla testa della coalizione di destra. Vero è che al Sud è ancora ben
lontana dallo sfondare e che, per ora, il suo sorpasso su Fi è certo
solo in Emilia, Lombardia e Veneto (forse Triveneto), mentre lo si può
ipotizzare in Piemonte, Liguria e (forse) Toscana, ma da Roma in giù
farcela non è semplice. In ogni caso, la partita è aperta, anche perché è
prevedibile che le sue fila si ingrosseranno ancora di transfughi in
fuga da Forza Italia (quando la nave affonda….)

Magari questo potrebbe essere gradito al
Pd, che sogna un ballottaggio di tutto riposo fra se stesso e la Lega:
quel che consentirebbe di recuperare voti dall’astensione, dal M5s, da
Sel ed anche dal centro, in nome del pericolo “estremista”. Ed anche
questo potrebbe essere un calcolo sbagliato: io non giurerei né sul
ritorno dei voti dall’astensione né sul fatto che il flusso da M5s, fra
astenuti, voto alla Lega e voto al Pd, sia poi così favorevole al Pd.
Quanto ai voti della residua Fi…

Ma il rischio maggiore è un altro: quando oltre la metà dell’elettorato non va a votare, vuol dire che si è aperta una crisi di sistema
ed ha poco senso fare a gara per il grado di capitano della barca che
sta affondando (segnalo un mio pezzo di un po’ di tempo fa dedicato al “punto di confusione“).

In quali forme possiamo
pensare ad un collasso del sistema: non mi sembrano probabili le
ipotesi estreme di un colpo di stato militare e, meno ancora, di una
insurrezione popolare (anche se: “mai dire mai”). Si aprono altre
ipotesi meno traumatiche (almeno all’apparenza). In primo luogo, un
sostanziale commissariamento del paese da parte della Ue, con procedure
più o meno straordinarie. Ad esempio l’ennesimo governo tecnico, magari
accompagnato da uno slittamento delle elezioni (qui saremmo in pieno
colpo di stato, ma con qualche parvenza di legalità, magari grazie ad un
Capo dello Stato disponibile ed una Corte Costituzionale compiacente).
Intanto il governo “tecnico” potrebbe arrivare al 2018 grazie al voto di
una maggioranza raccogliticcia e basata sul desiderio dei parlamentari
di restare in carica il più possibile. Magari una complessa riforma
costituzionale potrebbe giustificare uno slittamento delle elezioni per
qualche tempo. Poi seguirebbe una rottura costituzionale in forme da
individuare. Soluzione probabile sino ad un certo punto, in particolare
per quel che attiene alla lesione dei limiti costituzionali, ma da tener
presente molto più delle precedenti due.

Altra soluzione è che
una delle forze esistenti riesca a prendere la situazione in mano ed a
stabilizzarla in qualche modo, magari approfittando anche
dell’astensione che mantiene oltre metà dell’elettorato fuori all’area
decisionale. “Per ora vinciamo le elezioni e poi si vede”. Ovviamente
arrivando anche in questo caso ad una rottura costituzionale. Può essere
il Pd? Possibile ma non credo probabilissimo: i margini di consenso di
Renzi si eroderanno fatalmente nei prossimi mesi. Questa possibilità
esiste solo nella misura in cui si mantenga l’attuale situazione di
assenza di sfidanti credibili.

Può essere il M5s? Unica soluzione che
non porterebbe ad una rottura costituzionale. Possibile ma non
probabilissimo: il M5s ci può riuscire solo a patto di trasformarsi in
una credibile forza politica di governo e non ha moltissimo tempo per
riuscire a farlo.

La Lega? Forse è l’ipotesi meno
improbabile di queste tre e può riuscire se Salvini riuscirà a
catalizzare il voto di protesta, assorbendo buona parte dei voti del
M5s, prosciugando Fi, catturando anche qualche flusso in uscita del voto
Pd (non dimentichiamo il referendum sulla legge Fornero, che ha
riscosso anche l’adesione della Cgil). Ma anche qui occorre ritoccare
l’immagine barricadiera, solo che, se lo fa, magari conquista voti di
centro e destra moderata, ma perde parte di quelli di protesta, se non
lo fa, conquista i voti di protesta ma perde quelli moderati. Difficile
quadratura del cerchio.

Ma non è detto che la soluzione debba
venire dall’interno del quadro esistente. Un 50% di astenuti è un invito
ad entrare nell’arena a chi sinora ne è rimasto fuori: c’è lo spazio per una nuova offerta politica.
E questa è l’eventualità da cui Renzi deve guardarsi più le spalle.
Potrebbe trattarsi di una nuova offerta di centro destra che metta
definitivamente da parte l’inservibile Berlusconi e che trovi un leader
più giovane e spendibile. O forse di un forte movimento di protesta (da
vedere se di sinistra o di destra), o forse di qualcosa di cui ancora
non scorgiamo i tratti e rispetto alla quale il M5s, contro le sue
intenzioni ed i nostri auspici, potrebbe essere stato il semplice
battistrada. Ne riparleremo.

 
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