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Legge Madia sulla P.A., le soprintendenze nelle prefetture: se non evadono una pratica in 90 giorni, si intenderà che abbiano detto sì, qualunque cosa fosse nella pratica.

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Redazione

6 Agosto 2015 - 17.40


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di Tomaso Montanari.

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Così da ieri «soprintendente è la parola più brutta del vocabolario della burocrazia» anche per legge: detto fatto, Matteo Renzi ha stroncato in pochi mesi una storia plurisecolare.

 

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Grazie al micidiale articolo 8 della Legge Madia sulla Pubblica
Amministrazione, le soprintendenze confluiranno nelle prefetture, e se
non riusciranno a evadere una pratica entro 90 giorni, si intenderà che
abbiano detto sì: qualunque cosa contenesse quella pratica.


 

Le slides della propaganda renziana pagata con i soldi pubblici sono ineffabili.
Una dice: «È vero che i soprintendenti saranno sottoposti all”autorità
dei prefetti? NO, sul territorio ci sarà un ufficio unico del territorio
nel quale il prefetto avrà un ruolo di direzione (che non signfica
funzioni di comando)». Manco i gesuiti del Seicento avrebbero saputo far
meglio: se qualcuno dirige qualcosa, esercità un”autorità. Il fatto che
non «comandi» attiene allo stile, non alla sostanza. E dunque, la
risposta è: Sì, i prefeti dirigeranno i soprintendenti.


 

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Un”altra slide sostiene che «la regola del silenzio assenso non favorirà
la cementificazione selvaggia, ma significherà più responsabilità per
le amministrazioni nell”assicurare maggior tutela del paesaggio, dei
beni culturali e ambientali». Ma come si può avere la faccia tosta di
prendere in giro gli italiani con enormità di cui si sarebbe vergognato
perfino Silvio Berlusconi? Nelle soprintendenze non c”è più nessuno, per
il blocco del turn over. Non hanno più mezzi: basta auto di servizio,
non più cellulari, non c”è manco la carta. 

Se l”obiettivo fosse stata la
maggior tutela, prima si sarebbero dovuti dare i mezzi per esercitarla,
e poi si sarebbe potuti (anzi, dovuto) chiedere di esercitarla in tempi
certi: ma così è solo un massacro. 

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Quando un Renzi presidente della provincia di Firenze si trovò ad avere bisogno di un elicottero in pochi minuti, lo chiese in prestito al re del cemento fiorentino: ci si può ora stupire se – dallo Sblocca Italia alla Legge Madia – egli pone le basi per un nuova stagione di mani sulle città e sul paesaggio?

 

Ma – per l”ennesima volta – Renzi non è peggiore della classe dirigente
di cui è espressione: appare più colpevole solo perché si presenta come
nuovo, quando invece è anche lui un fossile. 

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Un solo esempio: mentre
Firenze veniva sconvolta da un ciclone tropicale, il presidente della Toscana Enrico Rossi invocava le Grandi Opere –
carissime a Maurizio Lupi, o a Ercole Incalza – come l”unico mezzo per
creare lavoro. Un suicidio: dettato dall”ignoranza – ancora prima che
dalla mala fede – della classe politica italiana. Per trovare un”analisi
pertinente del disastro fiorentino, bisogna invece leggere il discorso
di qualcuno che non ne parlava affatto, ma parlava del quadro generale
che lo ha provocato: «Siamo la prima generazione a sentire l”impatto del cambiamento climatico e l”ultima generazione che può fare qualcosa” per combatterlo». Sono parole di Barack Obama: le più alte e ispirate che da molto tempo in qua echeggino nella politica mondiale. Parole lontane anni luce da
un”Italia fossile in cui si continua ad invocare le Grandi Opere, e a
spianare ogni argine al loro dilagare.

E in tutto questo c”è un tradimento ancora più grande di quello dei
politici: ed è quello dei professori, degli studiosi che dovrebbero
costruire altre parole, altre idee, altre strade. 

Ieri il Consiglio
Superiore dei Beni culturali, massimo organo tecnico del Ministero per i
beni culturali, ha sì detto che la legge Madia può mettere «in pericolo l’esistenza stessa del MiBACT»,
ma poi ha proseguto i suoi lavori come se nulla fosse. Per una cosa
gravissima (ma forse meno grave: il dimezzamento dei fondi del
Ministero, inflitto da Tremonti a un passivo e complice Bondi nel 2008) l”allora presidente dello stesso organo protestò dimettendosi: ma quel presidente si chiamava Salvatore Settis,
quello di oggi si chiama Giuliano Volpe. E Volpe non ci pensa neanche a
dimettersi, con tutta la fatica che ha fatto a farsi nominare:
preferisce celebrare la ricostruzione dell”arena del Colosseo, – un”impresa kitsch e culturalmente aberrante
cui dedicare oltre 18 milioni euro pubblici mentre le bibloteche e gli
archivi chiudono. E così la massima espressione del sapere all”interno
del Ministero per i Beni culturali è ridotta – come ha scritto oggi Francesco Merlo in un memorabile articolo
– ad «una sorta di cerchio magico del ministro presieduto dall’
archeologo medievista Giulio Volpe, che di Franceschini è il piccolo
Gianni Letta o, se preferite la modernità, è il Luca Lotti, ma in
cattedra. 

“A nome del Consiglio esprimo grande apprezzamento per la
destinazione di queste risorse … e per l’ operazione fortemente
innovativa”, ha dichiarato ieri il professore Volpe lodando il ministro e
lodandosi».


 

Così, quando si scriverà la storia dei danni inflitti al Paese dal breve
regno di Matteo Renzi, una nota a piè di pagina documenterà che il
giorno stesso in cui una legge della Repubblica uccideva l”articolo 9
della Costituzione, il ministro per i Beni culturali e la sua corte
aprivano i giochi al Colosseo. Il diavolo, come è noto, si nasconde nel
dettaglio.

Fonte: http://articolo9.blogautore.repubblica.it/2015/08/05/game-over/.

Tratto da: http://www.eddyburg.it/2015/08/game-over.html.

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