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Strategia di potere

La manovra economica non è solo elettorale. Vuole consolidare un blocco di potere di cui il PD deve essere l’unico rappresentante politico, anzi il dominus [A.Gianni]

Strategia di potere

Redazione Modifica articolo

17 Ottobre 2015 - 09.00


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di Alfonso Gianni.

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Con la legge di stabilità, il governo Renzi vuole varare un’operazione
ambiziosa. Non sottovalutiamola. Da un lato si tratta di una legge dal
chiaro sapore elettorale
. Una lunga campagna elettorale, la cui prima
tappa è costituita dalle amministrative della prossima primavera in
quasi tutte le città più importanti del paese. Vere e proprie midterm elections
in salsa italiana. 

Appuntamento dagli esiti non scontati per Renzi,
visti i poco soddisfacenti risultati in precedenti elezioni locali. A
dimostrazione che la distruzione dei corpi intermedi, asse strategico
dell’azione renziana, che comincia dalla liquidazione del suo stesso
partito
, ha degli effetti collaterali indesiderati, quali la mancanza di
una classe dirigente diffusa e fedele
.

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Dall’altro lato la
manovra economica va al di là del puro ritorno elettorale. Vuole
consolidare un blocco di potere articolato e allo stesso tempo coeso, di
cui il Pd deve essere l’unico rappresentante politico, anzi il dominus.

Nello stesso tempo per Renzi è necessario aggirare i paletti
posti da Bruxelles. I censori europei hanno già mostrato i denti a
Rajoy. E’ da vedere quindi quale benevolenza otterrà Renzi dai propri
padroni e sodali, visto che il suo governo ambisce ad essere niente
altro che un’articolazione del sistema di potere delle élites economiche
e politiche europee
.

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Da qui la centralità della cosiddetta
riforma fiscale, definita con la consueta modestia una “rivoluzione
copernicana”. A quanto riferisce la stessa Repubblica, non certo
un organo antigovernativo, i proprietari di 75mila case di lusso e
palazzi, ne trarranno ampi benefici, almeno 2800 euro in media a testa.
Non importa se a farne le spese sarà la Sanità o altri istituti dello
stato sociale. Un tempo misura della nostra civiltà. Diceva il grande
Petrolini: quando bisogna prendere i soldi li si cavano ai poveri, ne
hanno pochi ma sono tanti. Quindi, se si fa il contrario, ovvero si
concedono generosi sgravi fiscali, meglio farlo con i ricchi, perché
sono meno e hanno più potere.

Per questo la più grande “riforma
fiscale di tutti i tempi”, secondo un’altra sobria definizione del suo
autore, va oltre al copia e incolla di quella berlusconiana. Il vecchio
leader di Arcore almeno ci metteva un po’ di populismo e parlava di una
seconda fase dedicata a l’alleggerimento della pressione fiscale sulle
persone fisiche. Invece Renzi prevede che il secondo step deve
riguardare le aziende, cioè l’Irap e l’Ires. Il resto viene dopo, se
viene. E Squinzi, dopo qualche incomprensione, si riaccende di amore
verso il governo
. Confortato anche dai propositi del leader di Rignano
di intervenire di autorità sullo svuotamento della rappresentanza
sindacale e sulla liquidazione del contratto collettivo nazionale,
usando come piede di porco l’innocente salario minimo orario legale,
ancora da definire.

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Qui si scende negli inferi del diabolico. Il
taglio dell’Ires verrebbe condizionato al via libera della Ue sulla
flessibilità per i costi dell’ondata migratoria. Ovvero i migranti e i
profughi
, quelli che sopravvivono alla guerra per terra e per mare in
atto contro di loro, verrebbero usati come merce di scambio per ridurre
le imposte sul reddito d’impresa. Ma un occhio di riguardo bisogna pur
tenerlo anche per gli evasori fiscali: non pagano le tasse, ma votano
come gli altri. Ecco quindi sbucare l’innalzamento della quota di
contante da mille a tremila euro per ogni singolo pagamento, in modo da
renderne impossibile la tracciabilità.

Renzi vuole durare. Per
farlo, dopo la distruzione sistematica dei corpi intermedi della società
civile, deve dare vita a un nuovo blocco di potere con collanti
tenaci
. Vuole e deve risolvere la dicotomia di cui parlava Niklas
Luhmann
, su cui forse gioverebbe tornare a riflettere per capire le
derive del presente. Quella tra potere e complessità sociale. La seconda
viene compressa e strozzata dalle controriforme costituzionali,
istituzionali e elettorali in atto (che speriamo di potere smantellare
con gli opportuni referendum). Il primo va al di là di quel “mezzo di
comunicazione”, di quel “sottosistema” autonomizzato di cui parlava
Luhmann nella sua polemica con Habermas. In quanto articolazione di un
potere superiore, quello espresso dagli organi a-democratici della Ue,
diventa strumento di disarticolazione di ogni potenziale schieramento
sociale antagonista
e contemporaneamente di inclusione/corruzione di
strati e settori sociali utili a puntellare un sistema
che non sopporta
la dualità sociale attiva
. Cioè il conflitto.

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Fonte: il manifesto, 16 ottobre 2015.

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