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Quel che l'Europa NON capisce (e gli euroscettici capiscono benissimo)

Il malessere degli elettori polacchi non è episodico né delimitato geograficamente: sta diventando europeo. Basta un breve giro d’orizzonte per rendersene conto [M. Foa]

Quel che l'Europa NON capisce (e gli euroscettici capiscono benissimo)

Redazione

28 Ottobre 2015 - 14.38


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di Marcello Foa.

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L’Europa ha un problema e qualcuno potrebbe dire: sai che novità;
però questa volta il problema è più serio. Mi riferisco, ovviamente,
alla vittoria del partito di destra in Polonia, che è stata accolta
dalla stampa internazionale ricorrendo alle solite argomentazioni, quasi
pavloviane: quella destra è populista, inaffidabile, magari anche un
po’ razzista. 

In realtà quasi nessuno si occupa con costanza di Paesi
come la Polonia per maturare editoriali competenti e i giudizi degli
inviati e degli osservatori risultano pertanto banali, più orecchiati
che davvero motivati. Il partito che ha vinto a Varsavia potrebbe
rivelarsi inaffidabile oppure, a sorpresa, salutare. 

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Lo vedremo. Ma non è
questo il punto.

Il punto è che il malessere palesato dagli elettori polacchi non è
episodico e nemmeno delimitato geograficamente, paradossalmente sta
diventando europeo. Basta un breve giro d’orizzonte per rendersene
conto. In Polonia e in Ungheria sono al potere due partiti euroscettici,
la Gran Bretagna fra qualche mese andrà a votare per un referendum che
propone addirittura l’uscita dall’Unione europea, sebbene Londra, come
sappiamo, non abbia nemmeno adottato l’euro. In Francia Marine Le Pen
continua a salire nei sondaggi ed è molto probabile che alle prossime
presidenziali arrivi al ballottaggio.

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Spostiamoci un po’ più a sud e il quadro non cambia. Anzi. In
Portogallo, alle elezioni dello scorso 5 ottobre il partito di
centrodestra non è riuscito a ottenere la maggioranza assoluta e il
Partito socialista ha formato un’alleanza con i partiti dell’estrema
sinistra euroscettica e chiede di poter governare. Hanno i numeri e
secondo le regole democratiche ne hanno diritto; non sono ancora al
potere solo perché il presidente della Repubblica, con una procedura che
fa gridare al colpo di Stato, si rifiuta di dare loro l’incarico.

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In Grecia sappiamo cos’è successo. In Spagna il tanto decantato miracolo
economico è risultato essere un bluff, un’illusione statistica come ha
riconosciuto il New York Times e movimenti stile Podemos prendono il
sopravvento su quelli tradizionali. In Italia oggi la maggioranza è, in
teoria, euroscettica: sommate i voti del Movimento 5 stelle (25%) della
Lega Nord (16%), Fratelli d’Italia (5%) e di altre formazioni minori e
si supera il 50%.


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Le motivazioni che spingono partiti molto diversi fra loro, talvolta
di destra talaltra di sinistra, non sono affatto univoche. Nei Paesi del
Sud è un’austerity che ha dissanguato l’economia reale, lasciandola
tramortita, a generare un malcontento che sfocia nella disperazione
sociale e porta a tassi di disoccupazione inconcepibili fino a pochi
anni fa. In quelli dell’est è il dramma dei profughi, a nord il
sentimento di un’usurpazione dell’identità. In fondo anche la Svizzera,
pur non essendo membro della Ue, vive lo stesso fenomeno: l’affermazione
dell’UDC è essenzialmente identitaria e di autodifesa.


Ad accomunare tutti, però, è il sentimento di sfiducia nei confronti
di Bruxelles e del processo di costruzione europea. Quando masse così
eterogenee, ma così numerose, si esprimono in maniera univoca, la
risposta dell’Unione europea non può essere quella consueta,
corporativistica, o meglio élitaria di chi pensa che si tratti di
fenomeni marginali e trascurabili. Ventitré anni dopo Maastricht e
quindici anni dopo l’euro, la Ue dovrebbe essere popolare e consolidata.
Sta avvenendo esattamente il contrario: è sempre più impopolare e
tellurica nelle sue fondamenta. E la sufficienza con cui certe élite
negano a se stesse la realtà rischia di essere prodromica a sviluppi
inimmaginabili, collettivi e diffusi.


Chissà se a Bruxelles ne sono consapevoli…

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