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La scissione

La scoraggiante mancanza di contenuti di chi si richiama ai valori della sinistra è in realtà da tempo indistinguibile da chi si professa di destra o di centro. [S. Vero]

La scissione
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17 Febbraio 2017 - 07.17


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di Sandro Vero

Il PD è un formidabile ibrido che riassume decenni di dialogo, di tentativi di dialogo, fra comunisti e democristiani. Probabilmente, il punto più impervio di quel dialogo – il compromesso storico – si è trasfuso, dal piano politico-sociale degli anni 70 al piano politico-partitico di oggi, nel tentativo, risibile, di fare un partito con due partiti. Quando, di norma, da due partiti la cosa più probabile è che ne vengano fuori 4, e da questi 8, e così via.

Il sogno veltroniano di coniugare Marx e Kennedy (un sogno un trip…), il socialismo e l’America, copre, nella sostanza, la scelta sciagurata di aderire alla logica mercatistica, e dunque di buttare a mare ogni premessa riconducibile a un’idea socialista di mondo.

Certo, qualcuno obietterà che non bisogna essere troppo implacabili con quelli del PCI che gettarono la spugna: erano anni tristi, cupi, in bilico fra movimentismi forti e risacche controriformiste, fra accelerazioni operaiste e minacce golpiste. Gli spazi di manovra, per il maggior partito comunista dell’occidente capitalistico, divennero sempre più stretti, fra paure di improvvise risposte manu militari e il crescente spazio a sinistra, abitato da un coacervo micidiale di sigle, pensieri, organizzazioni, tutte però accomunate da un fattore basilare: che rappresentavano l’indisponibilità della classe operaia e intellettuale a un dialogo con la borghesia fellona che aveva consegnato, 50 anni prima, il paese al fascismo.

E tuttavia, come non considerare che ancora nel 1983 il PCI aveva il 29,9% dei voti e 1.700.000 iscritti! Una enorme zattera che navigava, solitaria, nel paese irrimediabilmente bloccato sulla necessità di una DC ago della bilancia.

Oggi tutto quello che è stato, il serpentone PCI-DS-PD, si rivela più che mai nella sua natura vera: DC-Margherita-PD e gli ex comunisti che bussano per il conto finale.

Non sembra più una faccenda puramente ideale (non diciamo “ideologica”, questa gente si potrebbe offendere…), sembra invece una roba assimilabile alle beghe condominiali e alle questioni di nuda proprietà territoriale: figuriamoci, una sinistra che da tempo ha abbracciato il credo neo-liberista quanto può veramente patire la convivenza, dentro un partito-non partito, con i vecchi e i nuovi DC?

I dibattiti televisivi sono lì a dircelo: la scoraggiante mancanza di contenuti appena coperta da un mantrico richiamo ai “valori della sinistra”, in realtà da tempo indistinguibile nelle cose fondamentali dalla destra e dal centro.

La scissione promette ovviamente meravigliose creature nascenti da uno strappo liberatorio: nuove socialdemocrazie in salsa manageriale che si proporranno come riformiste, e dunque assolutamente di centro, quando a mancare in Italia continua ad essere una vera forza politica di sinistra che nasca dal momento movimentistico (come Podemos in Spagna, ad esempio) e si offra all’elettorato per quella che è, per scelte nette, da una parte contro l’altra, fuori dall’asfissia della mediazione a tutti i costi.

(17 febbraio 2017) [url”Torna alla Home page”]http://megachip.globalist.it/[/url]

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