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La scissione si fa perché la impongono Renzi e D'Alema. Ecco perchè

PD. A volere la rottura con più decisione non è quello che esce, ma il padrone di casa, Renzi. La cosa era evidente dall’inizio. [Aldo Giannuli]

La scissione si fa perché la impongono Renzi e D'Alema. Ecco perchè
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19 Febbraio 2017 - 20.52


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di Aldo Giannuli.


Ormai sembra che siamo alle ultime battute: scissione. L’ho già detto in una trasmissione: le scissioni sono come i fidanzamenti, bisogna essere in due per farle, perché c’è sempre uno che se ne va e l’altro che lo accompagna alla porta. In questo caso, a volere la rottura con più decisione non è quello che esce, ma il padrone di casa, Renzi.

La cosa era evidente dall’inizio, quando pure Renzi ha dovuto fare qualche cedimento (primarie prima, congresso dopo) perché circondato da Napolitano, Mattarella, Franceschini, Orlando, ma ha sempre avuto la riserva mentale di far saltare tutto alla prima occasione.

E questo per diverse ragioni: in primo luogo ha bisogno di essere segretario quando si faranno le liste, ma il 4 dicembre l’ha indebolito ed ha liberato un’area centrista che si distacca dal correntone con il quale vinse il congresso del 2013. In questa situazione lui è troppo a destra rispetto al ventaglio delle correnti di partito e non ha più la maggioranza assoluta da solo, per cui Franceschini ed i suoi diventano l’ago della bilancia, mentre, se la sinistra esce, lui torna padrone della situazione, avendo più truppe dei centristi.

Poi lui ha bisogno di votare a giugno (e non ci ha mai rinunciato, nonostante tutto) e la scissione diventa un argomento formidabile per tagliare corto potendo dire a Napolitano “ma se non ce la facevo prima a fare una nuova legge elettorale, con il partito unito, come pretendere che possa farcela ora che il partito si è spezzato?”. Inoltre è un ottimo argomento per determinare la crisi di governo e mettere il Quirinale con le spalle al muro.

Peraltro, prima si vota e meglio è per lui, perché, se è vero che va alle elezioni con la sconfitta referendaria e la scissione alle spalle, però è anche vero che evita l’imbarazzante referendum della Cgil e le amministrative che non promettono niente di buono.

Inoltre, prima si vota e meno tempo hanno gli altri per organizzarsi e far conoscere un nuovo simbolo. Quanto ai 5 stelle, li si può tenere a bada con le solite grane della giunta Raggi (non penserete che sia finita qui, vero?!).

E, se ce ne fosse stato bisogno, a dargli ancora più fretta Ã¨ arrivato l’avviso di garanzia al papà: come dire che la bomba è caduta di fianco e la prossima potrebbe essere più centrata. Meglio sbrigarsi.

In questa condizione si può anche azzardare persino un voto a fine aprile- primi maggio se non fosse per l’appuntamento internazionale che crea qualche imbarazzo.

Tutto ciò premesso è evidente perché Renzi ha chiuso ogni strada, pur stracciandosi le vesti per l’orrenda scissione, (“Bersani ritorna, sta casa aspetta a te”), ed in questo ha avuto l’appoggio di sponda opposta di D’Alema. Le scissioni sono sempre il prodotto dell’alleanza degli opposti falchi.

Certo, in questa condizione, Renzi affronta elezioni difficili nelle quali faticherà molto a tenere quota 26-7% (altro che 40%!), ma dopo può sempre riaprire i giochi da segretario del partito che, se non più di maggioranza relativa, resterebbe il partito più consistente di una possibile coalizione. E, se non ci fossero i voti sufficienti, potrebbe sempre puntare su nuove elezioni, magari dopo aver schiacciato gli scissionisti.

Al contrario, i suoi oppositori non sanno bene che fare: Bersani e Speranza, di solito indecisi a tutto, questa volta sembrano determinati al passo, ma ormai hanno poche truppe alle spalle e l’unica speranza che hanno è di recuperare la loro gente uscita dal partito in questi anni, ed hanno poco tempo per farlo.

A proposito, un consiglio agli scissionisti: hanno pochissimo tempo per far conoscere un nuovo simbolo ed una nuova sigla, per cui devono giocare sul riconoscimento di simbolo e sigla già conosciuti. Io punterei su una cosa del tipo Movimento dei Democratici di Sinistra ed un simbolo con un albero o un ramoscello di ulivo. E’ vero che sa di vecchio e crea mal di pancia ad alcuni, ma con i tempi stretti che hanno ogni cosa troppo nuova è un rischio enorme (e ricordiamoci della lista Arcobaleno e, prima ancora, di Nuova Sinistra Unita o di Democrazia Nazionale a proposito di liste più o meno improvvisate), tanto poi c’è tempo per cambiare nome e simbolo dopo le elezioni.

Tornando agli scissionisti: Emiliano e Rossi hanno basi essenzialmente locali e di non eccessiva consistenza. Emiliano è più uomo della comunicazione e può giocare su una maggiore presa mediatica, ma Rossi è destinato ad essere una piccola corrente di un piccolo partito.

Piccolo per piccolo, all’ultimo potrebbe essere tentato di restare, magari per unirsi ai franceschiniani. Dunque, ondeggiamenti e defezioni potrebbero essercene sino all’ultimo secondo, tuttavia ci penseranno Renzi e D’Alema a troncarli: Renzi spingendo fuori i suoi avversari, D’Alema iniziando una scissione che potrebbe calamitare molti seguaci di Bersani-Emiliano, così da spingere questi a muoversi per non farsi tagliare la strada.

Una perfetta alleanza fra falchi. E’ andata.

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