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Intifada, coltelli, e manipolazione semantica

Le cronache da Israele e i Territori Occupati: trucchi ed eufemismi per invertire la posizione di oppressori e vittime. Alcune perle del giornalismo italiano. [Emilio Piano]

Intifada, coltelli, e manipolazione semantica

Redazione

22 Ottobre 2015 - 20.42


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di Emilio Piano.

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La
semantica è quella parte della linguistica che studia il significato delle
parole, delle frasi e dei testi; in particolare, in filosofia è quella parte
della logica volta a determinare i limiti di un linguaggio corretto e rigoroso,
è lo studio delle relazioni fra le espressioni linguistiche e il mondo a cui
esse si riferiscono o che dovrebbero descrivere.

Alla
luce di questo, suggerisco ora una riflessione
semantica delle curiose espressioni di cui fanno uso alcuni giornali italiani
,
in particolare quelli che esprimono l’opinione che fa più tendenza presso un
pubblico medio che non ha tempo da perdere a soppesare e raffrontare le parole
usate da giornali diversi per raccontare la stessa cosa.

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In
tema di conflitto tra palestinesi e
israeliani
, in questi giorni tutte le testate nei loro titoli parlano della cosiddetta “Intifada dei coltelli”,
volendo in tal modo riferirsi ad azioni violente di «terroristi» palestinesi
finalizzate all”omicidio di israeliani, azioni violente che però
inspiegabilmente hanno un esito nefasto solo per i presunti assalitori.

La
lezione da trarre è che aggredire col coltello gli israeliani porta molta
sfortuna.

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Il
fatto è che nella cronaca riportata nel corpo degli articoli i coltelli hanno talvolta un ruolo
marginale − dato che per esempio “La Repubblica” parla più spesso di
palestinesi che con l”auto cercano di travolgere soldati israeliani (peraltro
armati fino ai denti) − o comunque sono chiamati in causa in modo grottesco,
nel senso che il passo successivo sarebbe quello di riferire di kamikaze
palestinesi che tentano di fare una strage facendosi esplodere con un coltello
carico tenuto in mano.

In
queste cronache imparziali gli aggressori risultano essere sempre e inequivocabilmente
palestinesi e le vittime quasi sempre palestinesi, ma mai falciate in modo
spietato dalle armi da fuoco dei soldati israeliani bensì colpite da proiettili vaganti partiti fatalmente
da quelle stesse armi da fuoco, come per esempio riferisce “La Repubblica”: «A Gaza un
adolescente palestinese di 17 anni è morto e altri cinque sono rimasti feriti
nel corso di scontri con soldati israeliani lungo la barriera fra la Striscia
di Gaza e Israele. Il giovane ucciso si chiamava Ahmad Sharhan ed è morto
a causa di un proiettile che lo ha colpito
durante gli scontri al campo
profughi di al-Bureij. Anche i cinque feriti sono stati colpiti da
proiettili
.» Gli aggressori palestinesi non vengono uccisi direttamente
dalle efficientissime armi dei militari israeliani, muoiono indirettamente a
causa dei proiettili che li hanno colpiti, sparati non si sa da chi: qui non si
uccide facendo fuoco senza pietà, si muore colpiti da proiettili. Tanto è la
stessa cosa, no?

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Forse
no, dato che “Il
Corriere della Sera
” riporta la stessa notizia
nel seguente modo: «Un altro palestinese è stato ucciso
dall’esercito israeliano lungo la linea di demarcazione della striscia Gaza,
presso el-Boureij.» Ucciso vuol dire
ucciso, non morto a causa di anonimi proiettili vaganti a Gaza
.

“Il Sole 24 Ore”, tra gli altri, usa espressioni più sfumate ed eufemistiche,
riferendo di un agente della polizia israeliana «ferito leggermente» e del
presunto attentatore palestinese «neutralizzato», secondo la definizione della
stessa polizia.

Qui
la questione non si ferma all’uso delle parole ma si estende anche alla fonte
di queste notizie che pare essere una sola, come si deduce da ciò
che riporta anche “Il Fatto Quotidiano”
, che però chiarisce che neutralizzato
in questo caso significa morto
: «Un
poliziotto israeliano è stato accoltellato e l’agente è stato ferito
leggermente mentre l’attentatore palestinese è stato, secondo la definizione
della stessa polizia, “neutralizzato“. In questo caso l’assalitore è morto.»

Più
rispettoso dell’intelligenza dei lettori è stato
“Il Messaggero”, che ha usato la correttezza di indicare la fonte e di chiarire
anche la posizione della controparte
: «A distanza di poche ore sono stati
assaliti da adolescenti palestinesi (secondo la versione israeliana) un ebreo
che stava recandosi in sinagoga, una agente della guardia di frontiera e un
soldato di guardia a un posto di blocco. In un caso protagonista
dell”aggressione è stata una ragazza palestinese, rimasta uccisa. Gli abitanti
palestinesi della città hanno espresso scetticismo sulla ricostruzione fornita
dall”esercito.»

Vorrei
infine segnalare questa perla riportata dall’agenzia AGI, che dà l’idea della dimensione grottesca
dell’informazione a senso unico proveniente da fonti israeliane, informazione
che vuole farci credere che soldati armati fino ai denti riescano a farsi
intimorire da un sedicenne folle, che non pago di essere “sospetto” arriva ad
aggredire col coltello i militari nella speranza di “essere colpito da
proiettili” vaganti, anzi di essere “neutralizzato”: «Il secondo tentativo di accoltellamento
è avvenuto in un quartiere arabo di Gerusalemme est dove la polizia di
frontiera israeliana ha fermato un 16enne palestinese che era stato segnalato
perché “camminava in modo sospetto” con una borsa. Il giovane ha estratto un
coltello e ha tentato di colpire i militari, ma è stato ucciso. Un agente è
rimasto leggermente ferito a una mano.»

Un
episodio dagli esiti inimmaginabili.

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