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La forza e la speranza

Ricordo di Cuba all’indomani della morte di Fidel Castro. [Teresita Valdes]

La forza e la speranza

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30 Novembre 2016 - 18.36


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di Teresita Valdes

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Erano appena passate poche ore dalla notizia della sua morte e già correvano fiumi di inchiostro.

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Quando si parla di Cuba e Fidel Castro bisogna sempre essere pronti alla gogna. Si ha sempre la sensazione di dover vestire i panni del testimone o dell’avvocato difensore, quando in realtà basterebbe leggere alcuni numeri per capire come stanno le cose. Quindi mi limiterò a contestualizzare alcune delle accuse che in questi giorni tanti sentono il bisogno di esternare, quasi fosse un peccato perdersi l’occasione di passare alla storia per averla sparata più grossa di tutti gli altri.

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Mi rendo conto che un personaggio come Fidel Castro — data la sua levatura e rilevanza — non poteva che suscitare ogni genere di critica, nel bene e nel male, e con tutte le contraddizioni che ne derivano. Nulla si può togliere però allo spessore dell’uomo, del politico, del rivoluzionario. Sia quando ha incarnato il sogno di libertà e dignità per milioni di persone sparse per il mondo, sia quando è stato considerato il male assoluto. Persone che lo hanno conosciuto di persona o attraverso la storia e la leggenda di Cuba hanno infatti da più parti testimoniato affetto e sincero cordoglio. Nello stesso tempo sono arrivate anche le esternazioni e le dure critiche. A cui non si è sottratta una parte di pseudo intellettuali nostrani, politici e aspiranti tali.

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Quello che però mi ha sorpreso e colpito di più sono stati i festeggiamenti con danze, bandiere e musica, dei Cubani di Miami. Gioire per la morte del vecchio Fidel che, nonostante gli innumerevoli attentati — perpetrati anche con il loro contributo — e l’ostilità dell’intero mondo occidentale a guida USA, alla fine è riuscito a rimanere in vita fino a 90 anni, gli ultimi dei quali lontano dalla vita politica attiva. Infatti, Posada Carriles, un ex Cia, cubano di nascita e residente negli Stati Uniti, attivo attentatore contro Fidel e Cuba ha lamentato questo fatto: per lui sarebbe stata più logica una morte violenta e magari 50 anni fa. Oggi possiamo dire che ancora una volta ha vinto lui, Fidel.

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In queste ore non sono mancate poi nemmeno accuse pesanti o analisi davvero illuminanti provenienti da critici avvedutissimi, per i quali la rivoluzione cubana e sei decadi di storia si possono condensare in due parole: dittatore sanguinario. Neanche alcuni psichiatri e psicoanalisti hanno voluto perdersi l’appuntamento con la storia. Giù pesanti anche loro. Non potendo trovare nei testi di psicologia le ragioni del perché un giovane laureato in giurisprudenza, di famiglia latifondista e ricca, si sia messo a fare una rivoluzione dove morire ammazzato era la più naturale delle probabilità, hanno sancito che doveva essere per forza uno psicopatico narcisista.

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Sembra che la stessa logica abbia indotto l’Occidente, spesso cieco o in malafede, a fare proprie le tante accuse nordamericane prive di fondamento e non di meno spesso utili a giustificare e attentare contro la sua vita e quella del popolo cubano, dentro e fuori l’isola. Accuse che sono state usate per mantenere per decenni un embargo criminale, e che tutt’ora persiste. Spesso, mentre lo si accusava di non garantire essenziali diritti umani al suo popolo, i suoi “giudici” a loro volta provocavano, appoggiavano e pagavano golpes di stato sanguinari in America Latina, in seguito ai quali migliaia di giovani oppositori venivano trucidati, lanciati dagli aerei mentre erano ancora in vita o semplicemente sparivano per sempre.

Fra le tante accuse vi è anche quella di terrorista, di fomentatore del terrorismo nei paesi più disparati del mondo. La cosa che ci è valsa l’onore di essere ospiti illustri, insieme all’Iran, alla Siria, al Libano e all”Iraq, della famigerata black list dei “paesi canaglia”. Lista stilata a suo tempo dagli Usa e che dopo gli attentati dell’11 settembre fu rispolverata per gli scopi che ben conosciamo. Oggi sappiamo che tutti questi paesi sono stati invasi dall’esercito americano con le più svariate giustificazioni, alcune rivelatesi poi palesemente false (una delle più clamorose riguarda il presunto arsenale di armi chimiche posseduto da Saddam Hussein).

Invece la storia per noi cubani andò diversamente. Forse perché memori della debacle subita a seguito della invasione alla “Baia dei porci”, oppure perché resosi conto dell’accusa ridicola e per niente fondata, Obama in seguito al tiepido disgelo con Cuba, l’anno scorso depennò l’isola dal famoso libro.

Più volte è stata sollevata la questione che vede Cuba come un paese dove manca la libertà: non si può negare che il concetto di libertà, così come lo conosciamo in Occidente, a Cuba spesso è venuto meno, e per una molteplicità di ragioni. Non si possono però neanche negare gli innumerevoli tentativi — da parte dell’intelligence americana — di usare cubani dentro e fuori del territorio nazionale allo scopo di destabilizzare il paese, per creare l’humus per una sollevazione di massa. Sono riusciti a creare solo una opposizione a pagamento, gente che frequentava la sede della rappresentanza americana alla Habana e non certo per fare balli di gala o prendere il tè delle 5.

Per l’occasione della morte di Castro sono state rispolverate anche le accuse di “inadempienza” rispetto a ciò che aveva promesso quando salì al potere. Pochi giorni dopo il trionfo della rivoluzione e a ridosso del suo arrivo alla Habana, Fidel fece dichiarazioni di intento. Sicuramente per quel giovane trentenne sognare una società giusta e perfetta, era la naturale conseguenza della sua battaglia. Altrimenti a cosa sarebbe valso il carcere, l’esilio, la morte di tanti compagni e i due anni di combattimento nella Serra contro un esercito armato di tutto punto? Sognava la libertà e la dignità per una terra che aveva sofferto la schiavitù e il colonialismo spagnolo e in seguito ridotta ad essere il cortile degli americani. Fidel in quei giorni promise molte cose e pare che della lista 20 di queste non siano state portate a compimento. Non erano cose da poco. Una di queste fu la libertà di stampa. E pensare che oggi forse sarebbe bastato raggiungere – ma lui non lo sapeva — soltanto il posto un gradino sopra l’Italia in questa speciale classifica. Probabilmente sarebbe stato sufficiente a dare quella parvenza di libertà che per anni ci è mancata.

Probabilmente il fiume di inchiostro e le dita sulle tastiere di tutti i pc di ogni angolo del mondo, non cesseranno ancora per un lungo tempo di scrivere tutto e il contrario di tutto sulla vita di Fidel Castro e la storia della rivoluzione cubana. E forse un giorno a scuola — e a seconda da quale latitudine — i bambini impareranno cose diverse su di lui e Cuba. Come tutti i grandi uomini sapeva di fare la storia e benché non fosse questa la sua priorità è riuscito a far sognare generazioni di uomini e donne che una società più giusta era possibile.

E oggi di questo sogno se ne sente ancora fortissimo il bisogno.

(30 novembre 2016) [url”Torna alla Home page”]http://megachip.globalist.it/[/url]

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