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La Turchia di Erdoğan, il grande perturbatore eurasiatico

Le principali crisi internazionali degli ultimi anni hanno avuto il retroterra logistico in un paese crocevia, in grado di sfruttare contraddizioni e degrado dell’Europa.

La Turchia di Erdoğan, il grande perturbatore eurasiatico

Redazione Modifica articolo

6 Aprile 2016 - 20.57


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di
Germana Leoni
.

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Fra il novembre 2013 e il gennaio
2014, per ordine di due procuratori della provincia meridionale turca di Adana,
quattro camion erano stati fermati
dalla polizia poco prima del confine siriano. Scortati da agenti del MIT, il servizio segreto turco, erano
diretti in Siria, verso una zona totalmente controllata dai jihadisti.

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Al loro interno, occultati sotto
confezioni di medicinali, giacevano esplosivi, parti di missili, munizioni
varie e mortai semi-assemblati: una prova inequivocabile che precludeva a Recep Tayyip Erdoğan la via d”uscita
della ”plausible deniability” e confermava ciò che tutti sapevano da tempo. Tutti, ivi
compresi i servizi segreti americani che «avevano accumulato intercettazioni e
intelligence sufficienti a dimostrare che il governo Erdoğan aveva sostenuto
per anni Jabhat al-Nusra, e ora stava facendo lo stesso con lo Stato Islamico
(IS).»[1]

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La vicenda era ormai di dominio
pubblico, e come tale era stata riportata anche dalla stampa turca di
opposizione. Risultato? I due procuratori (Ozcan
Sisman
e Aziz Takci) che avevano
ordinato il sequestro destituiti e arrestati per diffusione di segreti
militari; una trentina di ufficiali di polizia e gendarmeria che lo avevano
eseguito incriminati dietro accusa di spionaggio e tentativo di rovesciare il
governo; il direttore del quotidiano laico di opposizione Cumhuriyet (Can Dündar)
e il redattore capo (Erdem Gül) arrestati per tre mesi per spionaggio e propaganda terroristica
per aver pubblicato l”inchiesta (la procura ha chiesto per loro l”ergastolo in
un processo a porte chiuse); altre dozzine di giornalisti arrestati e/o perseguiti
con le medesime accuse; il quotidiano di opposizione Daily Zaman commissariato, occupato dalle forze di
polizia e i suoi lettori, accorsi al quotidiano per protesta, attaccati e
dispersi con gas lacrimogeni all”interno e all”esterno dell”edificio; due anni
e sette mesi di carcere al suo editorialista Bulent Kenes per aver criticato Erdoğan; commissariata anche
l”agenzia di stampa Cihan News
Agency
e abortito con essa il neo quotidiano Yarina Bakis; divieto
assoluto a tutti i media di trattare l”argomento; un reporter del quotidiano Hürriyet picchiato a sangue per
aver rivelato che due prominenti leader di al-Qa’ida e ISIS, feriti in
combattimento, erano stati curati in due ospedali turchi… [2]

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E ancora non era tutto: violenta repressione per ogni manifestazione o
qualsivoglia forma di dissenso; social network oscurati; massacri di curdi e le loro città sotto coprifuoco e/o assedio;
assassinato il leader degli avvocati curdi Tahir
Elci
; 1200 accademici sotto inchiesta e 21 arrestati per aver lanciato e/o
firmato una petizione che chiedeva di fermare i massacri e le deportazioni dei
curdi… Per non parlare della deriva islamista del Il Partito per la
Giustizia e lo Sviluppo
(AKP),
il partito di Erdoğan legato alla Fratellanza Islamica: stretta su aborto e
alcool, divieto a tatuaggi e trucco nelle scuole pubbliche per le studentesse,
e per contro via libera al velo islamico che era stato bandito da Musfata Kemal
Atatürk. Proibito anche tingersi i capelli e baciarsi in pubblico… e così
via.

È questa la Turchia del nuovo sultano,
la roccaforte della Nato in Medio Oriente che non riconosce nemmeno il
genocidio armeno: il paese che il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk
ha definito “partner chiave nella lotta al terrorismo.” Ed è questa la Turchia che
aspira nuovamente a entrare nell”Unione Europea: un”opzione per lungo tempo in
stallo e ora scongelata da Angela Merkel.

Contestata per la sua politica di
accoglienza, la cancelliera tedesca decideva di affidarsi a Recep Tayyip Erdoğan
per arginare il flusso dei rifugiati, i provvidenziali strumenti di ricatto del
sultano: un intervento che, vista la sua propensione al rispetto dei diritti
umani, rischia di tramutarsi in confino in campi di internamento, dei quali non
è difficile immaginare le condizioni, e in successive deportazioni di massa dei
respinti dagli arbitrari processi di screening
verso i paesi dai quali erano fuggiti, e cioè dagli orrori delle guerre che noi
stessi abbiamo portato a casa loro.

Denunciava al riguardo Gauri van Gulik, vicedirettore di Amnesty
International:

       
«Usare
la Turchia come ”paese terzo sicuro” è assurdo. Molti profughi vivono tuttora
in orribili condizioni, alcuni di loro sono stati deportati in Siria mentre le
forze di sicurezza (turche) sparano ai siriani che tentano di passare la
frontiera… Amnesty ha già documentato detenzioni illegali e deportazioni di
profughi da parte della Turchia da quando è stato firmato l”accordo iniziale
dell”ottobre 2015…»[3]

Rincarava la dose The Independent:
«Famiglie che fuggono dalla carneficina di Aleppo vengono accolte alla
frontiera turca con proiettili e pestaggi».

Il quotidiano britannico confermava
che una media di due persone al giorno raggiungono l”ospedale di Azaz,
cittadina siriana nei pressi del confine, con ferita da arma da fuoco subite
nel tentativo di passare il confine. Anche bambini fra i casi, come da denuncia
del Dr. Ali al-Saloum, ortopedico dell”ospedale che ha raccontato di una bimba
di un anno ferita da uno sparo alla testa.[4]

Questo è insomma il ”paese terzo
sicuro” cui Angela Merkel ha delegato la deportazione dei rifugiati. E tutto a
spese dei contribuenti europei…

E sì… perché a fronte della generosa
”collaborazione”, il sultano riceverà sei miliardi di euro, dei quali tre
subito e altri tre entro due anni, con il risarcimento aggiuntivo della liberalizzazione dei visti per i cittadini
turchi
, che già dall”anno in corso potrebbero entrare e girare per l”Europa
a piacimento. Jihadisti inclusi naturalmente, che abbondano nel paese dei
balocchi.

Lo ha confermato nel gennaio 2014
persino il generale Aviv Kochavi,
all”epoca capo dell”intelligence militare israeliana, secondo il quale le basi
di al-Qa’ida, dalle quali i suoi militanti attaccano la Siria, sono in Turchia.[5]

Ma l”aspetto più inquietante
dell”accordo sottoscritto a Bruxelles nel marzo 2016 è l”accelerazione
caldeggiata da Angela Merkel e imposta al processo di adesione di Ankara all”Unione Europea, la stessa che
paradossalmente proprio la Germania aveva contrastato.

Bizzarro… Ora la Merkel sostiene che
per risolvere il problema dell”esodo dei profughi non serva bloccare Schengen,
ma solo rafforzare le frontiere esterne dell”Europa. E così trasforma i
profughi in merci di scambio, li impacchetta e li rispedisce in Turchia, salvo
poi accogliere il paese all”interno dell”Unione e riprendersi così l”intero
pacco… inclusivo dei profughi naturalmente, o meglio di quelli rimasti, di
quelli sfuggiti alle deportazioni di massa e ai trattamenti in ”stile-curdi”.

Ma tutto questo ancora non basta!
Ankara sta infatti tentando di sfruttare ulteriormente la situazione a suo
vantaggio, reclamando la necessità di una “zona
franca”
per far spazio ai rifugiati (sic),
di fatto quella no-fly zone alla
quale aspira da tempo per arrivare ad Aleppo con la benedizione e soprattutto i
miliardi della complice Unione Europea. Una zona-cuscinetto dunque, al cui
interno addestrare i ”moderati” (sic) per combattere quello Stato Islamico che
parallelamente arma e che apparentemente finanzia contrabbandandone reperti
archeologici e petrolio, come evidenziato inequivocabilmente dalle immagini
satellitari russe e dai documenti rinvenuti nei covi dei jihadisti dopo la
liberazione di Palmira.

Al riguardo il viceministro della
Difesa russo Anatoly Antonov ha apertamente accusato il presidente turco di
aver fatto del petrolio un affare di famiglia, con suo genero
(Berat Albayrak) eletto a ministro dell”Energia e suo figlio Bilal a capo di
diverse società di trasporti marittimi. Alcune di esse dispongono di un molo a
Ceyhan, già terminale petrolifero del BTC, l”oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan che
convoglia sul Mediterraneo il petrolio del bacino del Mar Caspio passando per
la Georgia, estromettendo così la Russia dal suo percorso e sottraendole
pertanto una buona fetta di mercato. Ed è su Ceyhan che pare venga convogliato
il petrolio dell”ISIS, per poi essere dirottato su Malta e da lì inoltrato al
mercato nero. Ceyhan è curiosamente a pochi km dalla base militare americana di
Incirlik.

Fin qui le accuse dirette di russi,
siriani e di autorevoli ricercatori europei. Ma nel gennaio 2016 nell”argomento
interveniva a sorpresa il ministro della Difesa israeliano Moshe Ya”alon:

       
«Per
un tempo molto lungo la Turchia ha consentito di spostarsi fra Europa, Siria e
Iraq ai jihadisti della rete di Daesh… Daesh ha beneficiato del denaro turco
in cambio del petrolio… Ora sta alla leadership turca decidere se tutto
questo debba finire, se la Turchia possa essere parte dello sforzo regionale
mirato a combattere il terrorismo, invece che a sostenerlo.»[6]

Un”accusa trasversale e cifrata ma al
tempo stesso diretta, che nasconde molto più di quanto non dica e sottintende
un chiaro ultimatum non
necessariamente diretto solo alla Turchia. Resta pur sempre una pesante accusa
che conferma il contrabbando turco del petrolio che Daesh ha sottratto a
siriani e iracheni, e che più in generale conferma il sostegno di un paese
membro della Nato ai taglia-gole che combattono, spesso inconsciamente per
procura, contro il presidente siriano, unico vero ostacolo regionale alla realizzazione
delle aspirazione neo-ottomane del nuovo sultano, e in contemporanea alla
realizzazione del Grande Medio Oriente nel contesto del Nuovo Grande Gioco.

Ora
Erdoğan gioca la carta del salvatore dell”Europa assediata. Ma resta il
problema, e non la soluzione
.
E come tale si appresta a entrare nell”Unione Europea. E va bene così, perché
questa Europa, che ha perso ogni statura morale, è degna di questa Turchia.

NOTE


[1]  Seymour Hersh – “Military to Military” – London
Review Books
– 7 gennaio 2016.

[2]  Si
tratta di Emrah Cakan (ISIS) e Abu Muhammed (al-Qa’ida), ricoverati
rispettivamente nell”aprile 2014 al Hatay State Hospital e nel febbraio 2015
all”ospedale di Denizli.

[3]  Amnesty International – “EU-Turkey Summit: don”t wash hands of refugee rights” – 7
marzo 2016.

[4]  The
Independent
– “Turkish guards attack refugees and push them into the arms of
smugglers
” – 5 marzo 2016.

[5]  Dan Williams – “Israeli general says al Qaeda”s Syria fighters set up in Turkey”
– Reuters – 29 gennaio 2014.

[6]  Hassan
Hafidh e Benoit Faucon – “Iraq, Iran, Syria sign $ 10 billion pas-pipeline deal” – The Wall Street Journal – 25 luglio 2011

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