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L'Italia ha perso la guerra, niente ricostruzione

Lo sfacelo dell’economia italiana è come una guerra per i danni e le macerie lasciati. In pochi anni svaniti quasi 2 milioni di posti di lavoro. Il saccheggio prosegue.

L'Italia ha perso la guerra, niente ricostruzione

Redazione

29 Dicembre 2013 - 00.02


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da Libreidee.

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Quelle che abbiamo attorno sono le macerie di una guerra. Lo afferma senza giri di parole il centro studi di Confindustria descrivendo questa crisi,
ovvero la più drammatica recessione della nostra storia, dopo il
secondo conflitto mondiale.

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A partire dal propagarsi nel mondo degli
effetti reali della crisi iniziata con i “sub-prime”, lo sfacelo dell’economia è paragonabile a una guerra per i danni e le macerie che ha lasciato dietro di sé. In pochi anni sono svaniti quasi due milioni di posti di lavoro.

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 E la drammatica morsa creditizia, operata dal sistema bancario,
continuerà ancora a lungo, almeno fino al 2015 nello scenario più
negativo.

«Otto anni di vacche magre, anzi, scheletriche», annota
Eugenio Orso. La catastrofica recessione neocapitalistica sta dando
segni di luce in fondo al tunnel? Attenti: se la guerra è finita, «il dopoguerra potrà essere altrettanto negativo e
socialmente drammatico». Parlano le cifre: oltre 7 milioni di senza lavoro e quasi 5 milioni di poveri.

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Il tutto, scrive Orso in un post ripreso da “Come Don Chisciotte”, è condito da un crollo dei consumi delle famiglie che possiamo definire epocale: è la fine della
tanto deprecata società dei consumi?

Siamo appesi a un filo: le
ostilità potrebbero riprendere improvvisamente, «a causa di un ennesimo
shock orchestrato dalla grande finanza
internazionalizzata».

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In quel caso, «la situazione potrà precipitare
ulteriormente». Del resto, la debolezza strutturale del sistema-Italia,
dal punto di vista sociale e occupazionale, si manterrà anche il
prossimo anno. E il Pil, «se crescerà, crescerà di un’inezia, meno
dell’uno per cento», per la precisione lo 0,7% secondo la Confindustria,
che rivede a ribasso precedenti proiezioni.

«La peggiore ipotesi, nel
dopoguerra e a partire dall’anno nuovo, è che il rispetto degli
“impegni” presi in sede europea implichi la rinuncia forzata a un punto
di Pil, con conseguenze negative sul temutissimo spread e ricadute ancor
più negative sulla società».

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Se anche la “guerra” fosse veramente finita, aggiunge Orso, se ne deduce che – in ogni caso – l’Italia è un paese sconfitto: «Abbiamo perso la guerra e soltanto ora ce ne siamo accorti».

Potenza manifatturiera in Europa e nel mondo, l’Italia «è forse il grande sconfitto in Europa»,
anche se «non certo l’unico, perché l’area europeo-mediterranea esce
complessivamente sconvolta dal conflitto, che pare continui in Grecia».

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Lo spettacolo è desolante: «Le macerie visibili, le distruzioni del
tessuto produttivo, i segni dei continui “bombardamenti”
neocapitalistici ed europoidi ci sono tutti», continua Orso.

«Lungo le
direttrici del Veneto e nei distretti industriali del nord», si
moltiplicano «gli edifici industriali e i capannoni chiusi intorno ai
quali già cresce un po’ di vegetazione, abbandonati all’incuria perché
nessuno può riattivarli».

Analoga disperazione nelle strade e nelle
case: «Il proliferare continuo del numero dei poveri veri, dei
mendicanti, di coloro che dormono nelle stazioni, sempre più sporche e
prive di manutenzione, ugualmente lo dimostra. Case senza riscaldamento
(e senza luce) sempre più numerose, perché la cosiddetta “economia della bolletta” ammazza le famiglie monoreddito». E attorno, «edifici pubblici e privati senza manutenzione, che fra qualche anno cadranno in pezzi».

Ma non è tutto. «Le macerie morali, invisibili quanto le ferite che
offendono lo spirito, sono forse le più difficili da rimuovere e le più
insidiose».

Secondo Orso, «per l’Italia ci sarà un lungo dopoguerra,
interrotto forse una ripresa improvvisa del conflitto, con un ultimo
“bombardamento” finanziario ordinato delle aristocrazie globali del
danaro e della finanza».
Ma attenzione: «Non è prevista alcuna ricostruzione».

Questo gli
analisti del centro studi di Confindustria non lo scrivono, ma lo
lasciano intendere quando, con aridi numeri, cercano di prevedere i
possibili scenari del dopoguerra.

«Non ci sarà ricostruzione, come
avvenne dopo la seconda guerra
mondiale, dal 1947 agli anni cinquanta. Perché, a differenza di allora,
la spietata “global class” finanziaria, perfettamente organica al
neocapitalismo e senza problemi di coscienza, non prevede per il paese
alcun “Piano Marshall”». Ovvero: «Le risorse del paese si saccheggiano,
le sue strutture produttive si smantellano, la popolazione si spreme
fino all’inverosimile, e poi si passa ad altro, ad altri “mercati”, ad
altre “bolle”, lasciando dietro di sé solo macerie. Materiali e morali».

Fonte: http://www.libreidee.org/2013/12/litalia-ha-perso-la-guerra-la-ricostruzione-non-ci-sara/.

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