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Quando crollano i padroni del mondo: La guerra non basta più a salvare il capitalismo finanziario

La guerra doveva rilanciare la finanza globale. Ma la crisi è troppo profonda: ETF in calo, riscatti bloccati, Big Tech in perdita. Persino i grandi gestori scoprono di non poter più controllare i mercati.

Quando crollano i padroni del mondo: La guerra non basta più a salvare il capitalismo finanziario
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10 Marzo 2026 - 12.43


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di Alessandro Volpi.

Trump pensa che la guerra sia la soluzione della crisi profonda del capitalismo finanziario, ma, in realtà, la gravità di tale crisi è davvero troppo pesante.

Per la prima volta, infatti, stanno registrando una difficoltà vera anche “i padroni del mondo”.

Il titolo BlackRock ha perso in una settimana di guerra il 12%, recuperando oggi solo l’1,8%.

E’ evidente che una guerra in una zona tanto strategica sta facendo crollare il valore dei patrimoni gestiti dal fondo di Larry Fink.

Sono troppi i titoli che scendono e gli strumenti finanziari di BlackRock, che hanno come sottostante quei titoli, soffrono e non trovano compratori.

In altre parole i mirabolanti risultati degli Etf stanno sgonfiandosi e persino le grandi major petrolifere pagano se Hormuz è chiuso, perché speculare sui titoli che operano sul petrolio quando il petrolio è talmente scarso da generare una recessione globale non genera effetti significativi.

In questo senso, il blocco di Hormuz, la “chiusura” della Russia, i transiti minacciati, come Suez, sono la rivincita dell’economia reale con cui i grandi gestori alla BlackRock hanno sempre evitato di avere troppo a che fare.

Una situazione analoga riguarda Vanguard che, non essendo quotata, non può veder svalutato direttamente il proprio titolo, ma che sta conoscendo una perdita secca nei prezzi dei propri prodotti finanziari per le stesse motivazioni da cui è colpito BlackRock.

In particolare sono stati colpiti due prodotti cruciali come Vanguard S&P 500 e Nasdaq-100.

Questi fondi, pesantemente esposti sulle “Big Tech” americane, hanno subito perdite tra il 10% e il 15% dall’inizio del conflitto in Iran.

La debolezza è dovuta al fatto che gli investitori stanno uscendo dall’azionario per timore dell’inflazione energetica.

Perde anche Vanguard Total International Stock: sorprendentemente, fino a fine febbraio questo fondo stava sovraperformando gli USA (+9%), ma con l’aggravarsi della crisi in Medio Oriente ha perso gran parte del guadagno a causa dell’esposizione ai mercati europei ed emergenti, più vulnerabili allo shock del petrolio.

Non a caso Vanguard con una nota del 3 marzo 2026 ha invitato i suoi milioni di clienti alla “disciplina”, ricordando che storicamente gli shock geopolitici hanno impatti limitati sui rendimenti a 10 anni.

Peraltro,l’indebolimento di tali fondi è registrato dalla limitazione dei riscatti.

In altre parole i possessori di alcuni prodotti finanziari di BlackRock hanno chiesto di uscire da tali prodotti, riscattandoli, ma la società di Larry Fink ha ridotto i riscatti ad una percentuale assai striminzita.

Nello specifico BlackRock ha applicato restrizioni sui riscatti per il suo coloss immobiliare BlackRock Real Estate Income Trust.

Con il balzo dei prezzi del petrolio e del gas, infatti l’inflazione è tornata a salire e i tassi d’interesse sono rimasti alti.

Questo ha fatto crollare il valore degli uffici e dei centri commerciali.

Troppi investitori hanno chiesto indietro i soldi contemporaneamente, con una vera e propria “corsa agli sportelli” finanziari.

BlackRock, per non essere costretta a svendere i palazzi a prezzi stracciati, ha limitato i prelievi al 2% del valore totale del fondo al mese o al 5% al trimestre.

Gli investitori che hanno chiesto il riscatto totale si sono visti restituire solo una piccola parte della somma (circa il 15-20% della richiesta).

Vanguard non ha blocchi sui suoi fondi principali, ma ha dovuto sospendere le negoziazioni e i riscatti su alcuni Fondi a gestione attiva esposti all’area MENA (Middle East & North Africa).

Questi elementi suggeriscono almeno tre considerazioni.

La prima è relativa alla evidente difficoltà, nella fase attuale del capitalismo finanziario, caratterizzato da una ipertrofia dei listini e, parallelamente, al debito Usa, di usare la guerra come pressoché unico strumento di rilancio economico.

La seconda considerazione si lega alla gravità della stessa crisi che ormai pare non consentire più neppure ai “padroni del mondo” di governare il valore dei propri patrimoni e quindi di condizionare un mercato dove sono entrati milioni di piccoli risparmiatori, le cui risorse limitate non consentono di aspettare tempi migliori ma risultano terrorizzati dal rischio di perdere tutto ciò che hanno e che hanno affidato alla finanza.

La terza considerazione è più generale.

La crisi del capitalismo è anche la crisi del modello della privatizzazione finanziarizzata, secondo cui i grandi gestori monopolisti sarebbero in grado di svolgere meglio dello Stato le “politiche sociali” di previdenza, sanità, istruzione etc.

La forza di BlackRock, Vanguard e c. sta nel risparmio collettivo, ma se la povertà cresce troppo rapidamente il risparmio non c’è più o è molto, molto spaventato.

In chiusura è interessante notare che delle Big Three tiene solo State Street e ciò è dovuto a due ragioni rappresentate dal fatto che produce il principale Etf al mondo che ha come sottostante l’oro e che ha creato strumenti per scommettere sul prezzo del petrolio dedicati ad operatori professionali.

Il piccolo risparmiatore è ancora attratto dall’oro e il grande speculatore vuole fare tanti soldi subito: l’ultima versione del capitalismo finanziario morente?

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