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Tsipras chi?

Nella morsa tra partiti pro austerità e i nazionalismi, il gruppo politico che è cresciuto di più, con un aumento di seggi del 50%, è la Sinistra Europea. [A. Cisilin]

Tsipras chi?

Redazione

1 Luglio 2014 - 23.14


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di Alessandro Cisilin

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Ore 3 di notte, 26 maggio, il sito del Viminale dice 4,37%. Sembra fatta al ‘quartier generale’ della neonata L’Altra Europa con Tsipras. Si fa per dire ‘quartiere generale’, è in realtà solo un seminterrato semiperiferico affittato per l’occasione, a ospitare eventuali televisioni ed eventuali militanti.

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Le poche emittenti se ne vanno, larga parte dei simpatizzanti pure, senza emozione. C’è poco da dire, e nulla da festeggiare per scaramanzia, dal fondale di ottimismo manca quella certezza matematica che pesa sul pregresso di una decina d’anni di batoste elettorali a sinistra. Scaramanzia motivata, perché quei 37 punticini sopra la soglia di sbarramento iniziano a scendere. 1 centesimo ogni tre minuti, c’è da conteggiare ancora un milione di voti, avanti così si va sotto. Anche perché si analizzano le circoscrizioni che mancano, e sono tutte pessime per la lista. Province profonde, informate solo dalle tv e dai giornali più generalisti, che ne avevano del tutto censurato l’esistenza, specie presso le redazioni vicine al Pd. «Tsipras chi?». Discesa inesorabile, ma al 4,03%, intorno alle 6 del mattino, la cifra magicamente si inchioda, perché i dati che mancano vengono da una provincia ancor più remota, i seggi esteri, dove la stampa qualcosa aveva raccontato. Poi, dopo le 7, arriva una bottiglia di spumante, ma la fatica, la tensione e la diffidenza erano state troppe per conservare l’energia di un vero entusiasmo. Niente di che, poco più di un milione di voti, ma considerando il disastroso pregresso, l’assenza di denari, di copertura mediatica, di partiti con un minimo di radicamento reale (le firme erano state raccolte in larga maggioranza da non iscritti), addirittura di un volto nazionale minimamente noto e politicamente credibile (tant’è che si è scelto quello di uno straniero), l’esito è storicamente rilevante. L’aver eletto tre europarlamentari, nel paese che aveva fondato e dominato la Sinistra Europea e poi ne aveva simboleggiato la decadenza, racconta qualcosa di sostanzioso, largamente sfuggito dai resoconti elettorali redatti finora. Nella morsa tra i partiti dell’austerità e i nazionalismi anti-europei manca un dato elementare: il gruppo politico che è cresciuto di più, con un aumento di seggi del 50%, è proprio la Sinistra Europea. I Popolari, col designato al vertice della Commissione Junker, sono etichettati come i ‘vincitori’ sebbene abbiano perso più voti di tutti. I Socialdemocratici sono calati un po’ meno, ma solo per l’anomalo voto di un’Italia senza opposizione e per il recupero dei tedeschi di Schulz, che non conoscono la crisi. In Europa, ovunque governino (quasi sempre in ‘Grosse Koalition’) da più di qualche mese, il crollo è totale, con addirittura il sorpasso della sinistra etichettata come ‘massimalista’. Succede in paesi come l’Irlanda, l’Olanda, quasi ovunque quella sinistra cresce, specie nei paesi mediterranei, a iniziare dalla penisola iberica. E arriva al primato in Grecia, paese-laboratorio dell’austerity, con la Syriza di Tsipras, “l’uomo più temuto d’Europa” secondo la stampa tedesca (altro che Grillo, Farage o Le Pen). Tra Syriza e l’Izquierda, i Podemos e i Socialistische (olandesi), l’Esquerda e gli eco-comunisti lusitani, il Front de Gauche e L’Altra Europa non mancano i distinguo ma un filo rosso c’è ed è abbastanza nuovo. Si tratta della rottura con i settarismi che avevano frantumato e talora annientato i vecchi partiti di sinistra sotto l’egemonia neoliberista. Sono forze che uniscono e talora, com’è accaduto soprattutto in Italia e Spagna, tengono i vecchi capibastone ai margini, mandando avanti movimenti e persone che, fuori dai partiti, si erano mobilitate in sacrosante battaglie civili (beni comuni: acqua, casa, salute, salari, diritti). Di più, le nuove strutture – ancora da affinare, se mai sarà – sembrano meno ideologiche dei protagonisti delle larghe intese che continuano a governare l’Europa. Il passato resta peraltro istruttivo. La Gauche Unitaire Européenne era stata l’unico gruppo europeo a opporsi al ventennio di trattati e patti che hanno ideologicamente blindato l’abbattimento dei diritti e dello spazio pubblico, con le drammatiche conseguenze odierne per mezza popolazione europea. La posta non è più il ‘capitalismo’ o il ‘comunismo’. In palio, come dice Moni Ovadia, c’è banalmente “la rivoluzione del buon senso”. Altrimenti detta lotta di classe.

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